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Il Report molto critico del Consiglio d'Europa afferma che il sistema attuale non è in grado di far fronte al gran numero di minori in fuga dalla guerra.
Il rapporto di condanna del Consiglio d’Europa ha dichiarato che il trattamento “terribile” che l’Europa riserva ai minori rifugiati, che nel continente costituiscono circa un terzo dei richiedenti asilo negli ultimi due anni, farà aumentare il pericolo della loro radicalizzazione e l’avvicinamento alla criminalità.
Avverte inoltre che un sistema che permette l’abuso sessuale e fisico dei minori nei centri di detenzione sovraffollati, dove vengono molto spesso separati dalle loro famiglie, condannerà l'Europa ad avere problemi in futuro.
Circa il 30% dei richiedenti asilo giunti in Europa negli ultimi due anni sono bambini, secondo un rapporto del rappresentante speciale del segretario generale in materia di migrazione e dei rifugiati del Consiglio d'Europa, Tomáš Boček.
Quasi il 70% di questi bambini è fuggito dai conflitti in Siria, Afghanistan e Iraq.
Il numero di minori non accompagnati che hanno presentato domanda di asilo nell'Unione Europea è di 96.465 nel 2015. I MSNA rappresentano quasi un quarto di tutti i richiedenti asilo.
Eppure Boček ha trovato un sistema che non è stato in grado di far fronte alla vastità dei numeri, e dove i bambini non erano stati neanche registrati correttamente.
Le autorità locali non stavano facendo abbastanza da evitare che i bambini fossero costretti alla schiavitù, sarebbero stati impropriamente trattati dalla polizia, o spinti in matrimoni combinati sul suolo europeo.
Boček ha detto al Guardian: “Quello che questi bambini stanno vivendo definirà chi diventeranno. E definirà, per certi aspetti, il nostro futuro comune”.
“Ho visto bambini sconvolti e arrabbiati. Ma anche apatici. Questi minori sono i più vulnerabili. Potrebbero anche radicalizzarsi”.
Nel suo rapporto, Boček dice che sono pochi gli sforzi per trasferire i minori rifugiati fuori dai centri di detenzione, comprese quelli effettuati dal governo britannico.
Theresa May ha dovuto affrontare diverse proteste il mese scorso quando il governo britannico si è tirato indietro dal suo impegno a fornire un rifugio sicuro a migliaia di minori vulnerabili rifugiati lasciati da soli in Europa, dopo aver concesso a solo 350 minori di raggiungere il Regno Unito.
Si sperava che almeno 3.000 bambini avrebbero tratto beneficio dalla politica di David Cameron nel maggio dello scorso anno dopo una protesta pubblica.
Boček dice nel suo rapporto che l’accoglienza sarebbe dovuta essere migliore sin dall’inizio, e ha aggiunto che “si sarebbe dovuto fare di più”.
Il rapporto, basato sulle visite ai centri di detenzione e nei campi in Grecia, in Macedonia, Repubbliche ex Jugoslave, Turchia, Francia e Italia, mette in guardia: “I migranti e i rifugiati sono esposti alla violenza, non solo per mano di trafficanti, ma anche a causa delle azioni dei singoli stati o non azioni”.  
Per esempio, il rappresentante speciale era costernato di avere saputo, durante una delle sue missioni, che alcuni bambini trovati a elemosinare sono stati arrestati e detenuti.
“Questa non è una risposta adeguata: piuttosto, le misure di protezione dei minori dovrebbero essere messe in atto.  Ci sono state anche accuse di molestie sessuali e abusi sui minori in alcuni campi che il rappresentante speciale ha visitato, in cui si faceva un uso sproporzionato della forza di polizia“.
Il rapporto aggiunge: “Gli agenti di polizia dovrebbero assicurarsi che le loro azioni non siano deleterie per i bambini.”  Inoltre, gli stati dovrebbero lavorare per prevenire il lavoro minorile, come ad esempio lo sfruttamento dei bambini siriani nel settore tessile e nell'agricoltura.
“Gli stati hanno anche bisogno di sviluppare risposte adeguate a pratiche nocive e strategie di sopravvivenza, come i matrimoni precoci e forzati, che sembrano essere un fenomeno in aumento.”
Il rapporto dice che mentre la detenzione non è mai nell’interesse dei minori, i migranti e i minori rifugiati sono “detenuti e in molti casi separati dai genitori che si trovano nei centri di detenzione per immigrati”.
Aggiunge che il compito di affrontare la situazione dei rifugiati e migranti minori appena arrivati in Europa richiederà sforzi specifici per “molti anni a venire”.

Nel breve termine, Boček afferma che i minori potranno essere aiutati semplicemente alzando gli standard di base. Scrive: “Per quanto riguarda le condizioni di vita nei campi, adottare alcune misure pratiche, come separare i servizi igienici per genere, una migliore illuminazione e spazi a misura di bambino, non solo farebbe una grande differenza per il benessere di questi ragazzi, ma potrebbe anche eliminare i rischi di abusi sessuali.”

Autore: Daniel Boffey 
Traduzione a cura di: Francesca Del Giudice e Leonardo Cavaliere
Foto: Mary Turner/Getty Images

Il trattamento dei minori rifugiati in Europa

Il Report  molto critico del Consiglio d'Europa afferma che il sistema attuale non è in grado di far fronte al gran numero di minori ...
Every step of the way this vulnerable, good-natured boy is in danger … Emran.
All'età di soli 11 anni, Emran ha vissuto più orrori di quanti se ne possano vivere in una vita intera. Un nuovo documentario, War Child, segue lui e altri bambini bloccati in questa distopia.Il sole picchia e le cicale cantano intorno a noi.
"Perché hai lasciato casa?" Chiedo mentre calpestiamo l'erba alta.

"I talebani uccidevano i bambini mentre andavamo a scuola, così sono fuggito". Seguo il ragazzo dopo aver superato il filo spinato ricompattato, ai piedi di una recinzione in argento scintillante.

"Due anni fa i miei genitori hanno mandato mio fratello più grande in Germania, per motivi di sicurezza. Non avevano abbastanza soldi per il viaggio di tutti. Ora che ho compiuto 11 anni, è arrivato il mio turno".

Sto esplorando il confine greco-macedone con Emran, un carismatico giovane ragazzo afgano, e lo sto riprendendo per un documentario di Channel 4 - War Child. Tre mesi fa, ha lasciato i suoi genitori a Kabul e si è incamminato verso l'Europa occidentale. È quasi annegato nella traversata dalla Turchia alla Grecia. Per qualche miracolo, una barca da pesca ha visto il suo gommone e ha avvisato la guardia costiera. "È stato molto spaventoso”, mi dice Emran " tanto che non riesco più a fare il bagno".

"Ora sono bloccato qui sul confine greco" dice. Ma sostiene ostinatamente che "deve continuare ad andare avanti”.

Emran è scaltro per la sua età, super-intelligente e parla un inglese quasi perfetto. È in viaggio con la sua famiglia allargata e l'ultima cosa che vuole è isolarsi. Finora, questo ragazzo di 11 anni ha percorso 5.500 km senza i suoi genitori.
‘The Taliban were killing children as they walked to school, so I had to leave’ … Emran.
Alla frontiera, fa notare, attraverso la recinzione, un gruppo di guardie di pattuglia in sovrappeso, che prendono il sole sui gradini di un carro armato"Conosco quei soldati. Ogni notte, quando cerchiamo di attraversare questo confine ci catturano e ci portano indietro. Hanno preso a bastonate un mio amico, pensando fosse un trafficante”.

Emran vive in una tenda malandata che ha piantato sui binari ferroviari di Idomeni.

Idomeni è un campo profughi informale sul confine greco-macedone.

Poliziotti in tenuta antisommossa allineano le barricate al confine, pronti a respingere i migranti in caso decidano di sfondare.

Durante il giorno è soffocante. La diarrea è diffusa, i servizi igienico-sanitari terribili. Le risse scoppiano durante le file in attesa di cibo a causa delle poche porzioni, della disperazione e della stanchezza.

Ogni sera, quando la luce comincia a calare, i volontari e la stampa se la svignano nelle loro pensioni. A quest’ora i trafficanti iniziano la loro attività e il campo si anima. I migranti frettolosamente preparano i loro zaini, per un nuovo tentativo di attraversare la frontiera.

Un centinaio di metri lungo i binari, in un edificio abbandonato della stazione, Un bar improvvisato vende snack, sigarette e birra. Dentro, 20 trafficanti bevono pesantemente e scherzano con il barista. L'atmosfera cambia velocemente e sfocia presto una rissa. Un aggressore tira fuori un coltello. È ubriaco lercio, ma molto forte. Barcolla, poi il barista lo atterra con un pugno sulla mascella e lo fa sbattere su un tavolo a cavalletto. Ogni notte ci sono risse simili. Emran resta timidamente sulla porta. È venuto a comprare dei biscotti, con gli ultimi risparmi, che vuole portare con se stanotte in viaggio verso la frontiera. "Nessuno si fida dei trafficanti ma siamo obbligati ad affidarci a loro. Alcuni sono buoni, ma altri davvero pericolosi". Emran ha tentato questa traversata 14 volte. 
Smugglers threatened to shoot a child every day unless Rawan’s family could get them more money.
Il pericolo è dimostrato anche dalla storia di Rawan: una ragazza di 12 anni dagli occhi luminosi. Il padre di Rawan si è affidato ai trafficanti al fine di portare la giovane famiglia in Serbia per 800€. Dopo giorni di cammino, hanno raggiunto un composto di cemento sulle colline della Macedonia settentrionale. I trafficanti hanno quindi minacciato di sparare un bambino al giorno se non avessero ricevuto più soldi.

Per diversi giorni hanno a stento mangiato e bevuto. Il padre di Rawan finalmente è riuscito a contattare suo fratello in Turchia, per trovare i soldi per i loro rapitori.
Incontro Rawan e la sua famiglia a Belgrado. Esausto, indebolito e spaventato, il padre di Rawan è interdetto. "Siamo fuggiti dal Daesh (ISIS,ndt), ma questi trafficanti non sono diversi. Non pensavamo che avremmo incontrato gente come questa in Europa".

Emran per caso ha evitato un destino simile, perché è fuggito nelle foreste macedoni dove si è nascosto dai trafficanti e dalla polizia per tre giorni. Beveva l'acqua del fiume e mangiava le bacche per sopravvivere. Alla fine ha incontrato un altro trafficante che lo ha portato in auto a Belgrado.

Non molto lontano da queste drammatiche storie dei turisti trascorrono le proprie vacanze e i ristoranti servono deliziosi piatti della cucina locale alla clientela benestante. Questa è l'Europa contemporanea, non quella crudele distopia.

Per questi bambini, questa è solo una singola tappa del loro viaggi epico - nel caso di Emran, un viaggio che durerà 7.000 km. Parla con suo padre tutte le volte che può caricare il suo telefono. "Sei un orgoglio e un bravo ragazzo", così il padre cerca di incoraggiarlo. Il padre di Emran spera che il figlio possa riunirsi con il fratello e trovare sicurezza in Germania. Emran ammette che se i suoi genitori avessero saputo che le frontiere sarebbero state chiuse, non lo avrebbero mai mandato via.

Ci sono migliaia di minori non accompagnati vulnerabili bloccati ai confini d'Europa (paesi extraUE, ndt) senza le loro famiglie. Incredibilmente, si ritiene che oltre 10.000 siano scomparsi negli ultimi due anni (dati Europol, ndt). Senza percorsi sicuri e legali, ho visto come questi bambini possono facilmente cadere nelle reti dello sfruttamento sessuale e/o criminale. La chiusura delle frontiere favorisce i commerci dei trafficanti di uomini, spingendo i minori, vulnerabili tra i vulnerabili, verso gravi pericoli.

L’Europa è attualmente la seconda economia più ricca del mondo. Sicuramente c'è spazio nella nostra società per chi, come Emran, ne ha più bisogno.

Autore: Jamie Roberts
Traduzione: Francesca Del Giudice e Leonardo Cavaliere
Foto: Pro Co/Channel 4
Testo Originale: The Guardian.com

Maltrattati e affamati: i minori rifugiati non si fermeranno davanti a nulla per raggiungere l'Europa.

Every step of the way this vulnerable, good-natured boy is in danger … Emran. All'età di soli 11 anni, Emran ha vissuto più orrori ...
Mbaye (nome di fantasia) ha 16 anni quando arriva in Italia dal Senegal. La sua è una storia come quella di tanti come lui, minori stranieri non accompagnati, in cammino da mesi con mezzi di fortuna attraverso il suo continente, passando dalla Libia. Dove, anche se questo non è mai riuscito a raccontarlo, con tutta probabilità ha vissuto esperienze che lo hanno segnato ancor più del distacco, della fatica e della paura del viaggio.

Dalla Sicilia viene mandato qui, in Puglia, in un piccolo centro a metà strada tra Bari e Foggia, in una comunità educativa dove, come succede nella nostra regione, per una scelta fondata sul principio di non discriminazione, sono accolti ragazzi fuori famiglia, italiani e non. Presto Mbaye, sempre silenzioso e cupo, manifesta il suo malessere con grande aggressività, verso gli altri compagni, verso se stesso, verso le cose. La situazione è tanto grave e tanto poco gestibile dagli operatori da spingerli a segnalare il disagio del ragazzo ai servizi territoriali e al tribunale per i minorenni, che aveva provveduto all’affidamento. Mbaye viene trasferito in un’altra comunità, questa volta nel capoluogo, e sempre sotto attento monitoraggio da parte del Tribunale e dei Servizi. Ma il cambiamento di contesto non è sufficiente a contenere i suoi comportamenti spesso violenti, e ancora una volta i giudici, togato e onorario si attivano prontamente, soprattutto perché è ormai evidente che il ragazzo manifesta un disagio psichico molto serio e la collocazione in una comunità educativa non consente una presa in carico adeguata. Parte, anche con il coinvolgimento tramite il mio Ufficio degli altri garanti regionali, una vera e propria ricognizione su tutto il territorio nazionale per individuare una di tipo sanitario-assistenziale in grado di accogliere minorenni stranieri, anche in accordo con il primo Comune titolare dell’accoglienza, e disponibile a sostenere l’onere dell’ulteriore collocamento anche fuori regione. Mbaye viene trasferito in un luogo più adatto a lui, dove si potranno riparare con strumenti si spera più efficaci i tanti traumi che ha portato con sé.

Non possiamo saperlo, e tante sono le domande che storie come questa spalancano. Una su tutte però: cosa sarebbe stato di Mbaye e della sua sofferenza se a occuparsi della sua protezione non ci fosse stata la rete solida e continua tra i magistrati del Tribunale per i minorenni, gli assistenti sociali del Comune, gli operatori delle comunità, il tutore?

Quale giudice di un tribunale civile avrebbe potuto contare sulle tante esperienze pregresse, sull’affiancamento di un giudice onorario (nel caso di Mbaye uno psicoterapeuta specialista in traumi da maltrattamento e violenza), sul dialogo costante con tutti gli altri interlocutori, assistenti sociali in primis, per valutare il percorso del ragazzo e assumere le decisioni più appropriate? Quale giudice di un tribunale civile avrebbe avuto non dico la sensibilità ma semplicemente il tempo di attivare la ricerca in tutta Italia di una struttura adatta ai suoi bisogni?

E quale giudice si farebbe parte attiva insieme alla Caritas della sua diocesi e alle associazioni di volontariato per promuovere esperienze di affido di minori stranieri soli, come sta facendo da due anni la Presidente del Tribunale per i Minorenni di Taranto, tanto consapevole della delicatezza della loro condizione da aver scelto di curare personalmente su questo tema la formazione dei nuovi tutori organizzata dall’Ufficio Garante?

Temo pochissimi, forse nessuno.



Un altro nodo cruciale poi è quello della nomina dei tutori, visto che le tutele sono in generale disposte dal Giudice tutelare, con tempi anche di qualche mese, mentre verifichiamo invece la maggiore tempestività delle nomine da parte del Tribunale per i Minorenni di Bari. Sotto questo profilo nemmeno la cd. Legge Zampa sembra superare il doppio canale della nomina, dal momento che individua il Tribunale per i Minorenni come destinatario degli elenchi di tutori formati dai garanti, mentre un’ordinanza (Corte di Cassazione, sezione VI civile, ordinanza 12 gennaio 2017, n. 685) della Corte di cassazione del gennaio di quest’anno ribadisce la competenza del giudice tutelare.

Ho scelto di condividere elementi di realtà per toccare un punto nevralgico: il ruolo che un tribunale specializzato e con competenze esclusive può svolgere nel garantire il pieno accesso ai diritti dei minorenni stranieri soli, ruolo peraltro richiamato anche dall’ANM, solo per citare uno degli ultimi autorevoli interventi in proposito, nel documento in cui esprime viva “contrarietà all’ipotesi di soppressione degli uffici minorili, che, secondo il disegno di legge n. 2284, verrebbero accorpati agli uffici ordinari”.

La direzione, lo diciamo forte e chiaro, dovrebbe essere opposta e andare verso l’attribuzione dell’intera materia che riguarda la protezione dei minori stranieri non accompagnati ai Tribunali per i minorenni, partendo proprio col superare ambiguità nelle competenze, in particolare rispetto all’apertura delle tutele, e, soprattutto, affidando alla specializzazione e esclusività dei giudici quell’universo di fragilità, e di risorse, che preferiamo appiattire dietro l’etichetta MSNA.


Rosy Paparella
Garante per i diritti dei Minori
Regione Puglia


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Quale giudice per la protezione dei minori stranieri soli?

Mbaye (nome di fantasia) ha 16 anni quando arriva in Italia dal Senegal. La sua è una storia come quella di tanti come lui, minori stranie...
Con comunicato del 28 febbraio 2017 la Direzione Generale dell'immigrazione e delle politiche di integrazione rende noto di aver adottato il 24 febbraio 2017 con il Decreto direttoriale del 27 febbraio 2017, le nuove Linee Guida per i minori non accompagnati per la conversione del permesso di soggiorno al raggiungimento dei 18 anni.
L’obiettivo dichiarato delle Linee Guida è quello di rendere più uniforme l’attuazione dell’articolo 32, comma 1 bis del D.Lgs. 286/1998, nella parte in cui prevede il rilascio del parere positivo da parte della Direzione Generale dell’immigrazione e delle politiche di integrazione (subentrata nei compiti svolti in precedenza dal Comitato per i minori stranieri) per la conversione del permesso di soggiorno dei MSNA al compimento del 18esimo anno di età.  Al contempo, le Linee  Guida intendono fornire indicazioni più chiare ed esplicative ai soggetti coinvolti nel procedimento relativo al rilascio del parere.
In particolare, sono forniti chiarimenti e indicazioni sui termini e sulle modalità di richiesta e di rilascio del parere, nonché sui casi in cui il parere non deve essere chiesto.
Le nuove Linee Guida sostituiscono integralmente il punto 6 e la relativa scheda G di segnalazione delle precedenti "Linee Guida suiminori stranieri non accompagnati: le competenze della Direzione Generaledell'immigrazione e delle politiche di integrazione", approvate con il Decreto direttoriale del 19 dicembre 2013.

RICHIESTA DI PARERE AI SENSI DELL’ARTICOLO 32, COMMA 1 BIS DEL D.LGS. 286/1998
L’articolo 32, comma 1 bis del D.Lgs. 286/1998, così come modificato dal D.L. 89/2011 convertito con la L. 129/2011, prevede che al compimento della maggiore età da parte dello straniero entrato in Italia come minore straniero non accompagnato, possa essere rilasciato un permesso di soggiorno per studio, accesso al lavoro, ovvero per lavoro subordinato o autonomo.
Ai fini del rilascio del permesso di soggiorno di cui all’articolo 32, comma 1 bis del D.Lgs. 286/1998, è preferibile che il parere della Direzione Generale dell’immigrazione e delle politiche di integrazione, laddove pervenuto, sia allegato all’istanza di conversione del permesso di soggiorno da parte dell’interessato, se maggiorenne, o dai soggetti che hanno la responsabilità dei minori ai sensi della normativa vigente.
Ad ogni modo il parere si configura come un atto endo-procedimentale, obbligatorio ancorché non vincolante, ai fini dell’adozione da parte della Questura territorialmente competente del provvedimento relativo al rilascio del permesso di soggiorno al compimento del 18esimo anno d’età.
Fatta salva la necessità di valutare in concreto ogni situazione nel superiore interesse del minore, vengono precisati i casi per i quali la richiesta di parere alla Direzione Generale dell’immigrazione e delle politiche di integrazione non deve essere inviata:
- per minori stranieri non accompagnati che risultino presenti in Italia da almeno tre anni, ammessi ad un progetto di integrazione sociale e civile per un periodo non inferiore a due anni;
- per minori stranieri affidati a parenti entro il 4° grado, anche se in possesso del permesso di soggiorno per minore età;
- per minori stranieri non accompagnati per i quali il Tribunale per i minorenni abbia ordinato il prosieguo amministrativo delle misure di protezione e di assistenza oltre il compimento del 18esimo anno di età;
- per minori stranieri non accompagnati che al compimento del 18esimo anno di età siano in possesso di un permesso di soggiorno per asilo, per protezione sussidiaria o per motivi umanitari.
Un periodo di permanenza nel territorio dello Stato di almeno sei mesi prima del compimento della maggiore età, unitamente all’avvio di un percorso di integrazione sociale e civile, consente un’istruttoria più appropriata ai fini del rilascio del parere, ferma restando la valutazione caso per caso nel superiore interesse del minore. Il parere può essere rilasciato anche a fronte di periodi di permanenza inferiori al semestre, ove il percorso di integrazione già svolto sia ritenuto adeguatamente apprezzabile.
E’ preferibile che le richieste di parere siano inviate da parte dei Servizi sociali dell’ente locale che ha in carico il minore. Nel caso in cui il diretto interessato neomaggiorenne, o altri soggetti che hanno la responsabilità dei minori ai sensi della normativa vigente, provvedano all’inoltro della richiesta di parere, questa dovrà essere necessariamente inviata per conoscenza contestualmente anche ai Servizi sociali territorialmente competenti.
La richiesta di parere dovrebbe essere inviata preferibilmente non prima dei 90 giorni precedenti il compimento della maggiore età e, comunque, non oltre i 60 giorni successivi alla scadenza del permesso di soggiorno, salvo giustificati motivi, opportunamente rappresentati nell’ambito della richiesta di parere.
La richiesta di parere va inoltrata alla Direzione Generale dell’immigrazione e delle politiche di integrazione attraverso l’invio telematico della scheda G che sostituisce e annulla integralmente la precedente scheda G di cui al punto 6 delle Linee-Guida dedicate al censimento dei minori stranieri non accompagnati, approvate con il D.D. 19 dicembre 2013.

PROCEDURA PER L’INVIO DELLA SCHEDA G clicca qui


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Minori non accompagnati: approvate le nuove linee guida sui pareri per la conversione del permesso di soggiorno al raggiungimento dei 18 anni

Con comunicato del 28 febbraio 2017 la Direzione Generale dell'immigrazione e delle politiche di integrazione r ende noto di aver ad...
Nell'estate del 2016, la chiusura della frontiera con la Svizzera ha bloccato a Como centinaia di migranti. Con la speranza di riuscire a proseguire comunque il viaggio verso la loro meta - la Svizzera, la Germania o altri Stati del nord Europa - uomini, donne, famiglie, bambini e ragazzi, provenienti per la maggior parte da Eritrea, Somalia ed Etiopia hanno vissuto nel parco antistante la stazione ferroviaria, aiutati da una rete di volontari che hanno collaborato con le istituzioni nel realizzare servizi come la mensa o le docce e supplito alle carenze del sistema, laddove le risposte istituzionali si dimostravano inadeguate. Con l'apertura del “campo governativo”, affidato alla gestione di Croce Rossa, verso la metà di settembre, l'emergenza è rientrata e il flusso di migranti – che in realtà è proseguito – è diventato invisibile alla città. E altrettanto invisibili sono diventati i problemi ad esso collegati. Primo fra tutti la gestione dei minori stranieri non accompagnati. 

I minori soli - alcuni dei quali molto giovani, sui 12/13 anni - transitati da Como sono tantissimi. I volontari si sono resi conto da subito che, come emerge da tutte le ricerche, i ragazzini eritrei, somali ed etiopi non mostravano alcun desiderio di restare in Italia, focalizzati ostinatamente sul loro progetto di arrivare in altri Stati europei, dove spesso hanno parenti o amici. Per un'estate intera abbiamo incrociato questi ragazzini per strada, in stazione, in mensa, alle docce, in qualche parrocchia, ma andare oltre i sorrisi e poche frasi di circostanza era molto difficile. Una diffidenza comprensibile (considerando le condizioni del viaggio che hanno affrontato), gli ostacoli linguistici (con chi non parla inglese non puoi comunicare se non ci sono mediatori) e una presenza discontinua, data dalla estrema mobilità di questi ragazzi, rendevano complicato instaurare una relazione di fiducia. Pochissimi di loro hanno scelto di restare e di presentare una richiesta di asilo, avviando un percorso che garantisce loro diritti e tutele. Quelli che vengono presi in carico dal Comune, hanno un tutore legale e sono collocati in comunità, dove sono seguiti da personale specializzato, possono frequentare corsi di italiano e di formazione. Tutti gli altri – la stragrande maggioranza – continuano a restare nell'ombra.

Sul bilancio del Comune di Como la voce di costo dei msna pesa come un macigno. Impossibile pensare che possa prendere in carico tutti i msna che transitano dalla nostra città. In realtà il Comune prende in carico solo i minori che vengono segnalati dalla Polizia e attualmente ne gestisce circa 120. Non disponendo di una struttura propria per l'accoglienza di questi ragazzi, è costretto a collocarli in diverse comunità di accoglienza, anche fuori provincia, o addirittura fuori regione quando sul territorio non ci sono più posti, con un pesante aggravio di costi e di lavoro, lavoro che può anche rivelarsi del tutto inutile, nei casi, tutt'altro che rari, in cui il ragazzo scappi poco dopo il suo arrivo in comunità.

Durante l'estate i minori hanno trovato accoglienza soprattutto in una parrocchia di periferia che offriva loro un luogo in cui dormire, in assenza di luoghi di accoglienza più istituzionali. Qui gruppi di volontari, tra cui diversi avvocati, si sono prodigati per fornire informazioni legali e assistenza nelle pratiche per i ricongiungimenti familiari, soprattutto per chi dichiarava di avere parenti in Svizzera.

A settembre, con l'apertura del campo governativo, l'accoglienza dei msna in città è diventata oggetto di dibattito perchè non era chiaro se i minori potessero accedere al campo, non essendo il campo governativo una struttura che potesse offrire le garanzie previste dalla legge per l'accoglienza dei minori. Alla fine la scelta prefettizia è stata quella di permettere l'accesso dei minori (probabilmente perchè non esisteva un'alternativa praticabile). Il campo governativo – che conta 300 posti, ma nei momenti di grande affluenza ha raggiunto quasi 400 presenze – è diventato, quindi, un campo “misto”, in cui i minori convivono con famiglie e con uomini e donne adulti, senza avere a disposizione nessun servizio mirato o personale specializzato. Il campo offre agli ospiti un servizio di mediazione e orientamento legale – affidato a Caritas – che ha l'obiettivo di informare in merito alle diverse possibilità offerte dalla normativa vigente e quindi permettere agli ospiti di scegliere in modo consapevole se fermarsi in Italia o proseguire il viaggio. Chi sceglie di restare viene accompagnato nella formulazione della domanda di asilo in questura, fino all'inserimento in un Centro di Accoglienza Straordinaria del territorio (a Como e provincia non sono presenti centri SPRAR. Se però i ragazzi dichiarano la loro volontà di proseguire il viaggio non vengono più seguiti. Possono restare nel campo, e tentare e ritentare di passare la frontiera in modo illegale, ma nessuno si occupa di loro. Non hanno in mano nessun documento, neppure il permesso per minore età (che dovrebbe essergli rilasciato a prescindere), non sono seguiti sotto il profilo psicologico e non hanno accesso a nessun tipo di attività di socializzazione. In un'intervista di pochi giorni fa, Medici Senza Frontiere – presente a Como con i suoi operatori fin dall'estate scorsa – evidenzia in modo critico l'assenza di sostegno psicologico, di mediatori linguistici e di progetti di accompagnamento e intrattenimento per i minori ospiti del campo.

L'episodio più grave registrato in questi mesi – emblematico delle criticità della situazione - ha riguardato il tentato suicidio di un ragazzo etritreo di 15 anni che ha tentato di impiccarsi in un container del campo. Salvato in extremis grazie all'allarme lanciato da un amico, è stato portato in ospedale. Dimesso due giorni dopo, è stato riportato nel campo, senza prevedere alcun supporto psicologico.

In questo periodo ci sono stati diversi minori ricoverati in ospedale e ogni volta si sono presentati numerosi problemi, tuttora irrisolti. Da una parte la mancanza dei mediatori linguistico culturali rende difficile il rapporto medico – paziente, dall'altra non è pensabile che dei ragazzini possano stare in ospedale giorni o settimane senza nessuno che si occupi di loro, anche solo per un cambio di biancheria o un po' di compagnia. Anche in questo caso la rete dei volontari supplisce la mancanza di risposte istituzionali, ma ci sono interventi – come la mediazione linguistica – che devono essere affidati a professionisti, ma che nessuno vuole di fatto accollarsi. Non Croce Rossa, non Caritas, non gli ospedali.

I problemi che riguardano l'accoglienza dei msna sono molti, alcuni dei quali si sono resi evidenti nell'esperienza comasca di questi mesi. C'è però un punto essenziale su cui non si riflette abbastanza e cioè la necessità di occuparci di tutti i minori e non solo di quelli che scelgono di “entrare nel sistema”, che hanno un tutore, che sono in carico ai servizi sociali, che sono accolti in una comunità. Quando leggiamo i numeri dei minori stranieri che ogni anno scompaiono, inghiottiti dal nulla, esposti a rischi, abusi e violenze, non possiamo far altro che inorridire. Ma questo non basta. Occorrono interventi che si rivolgano a tutti i minori, soprattutto a quelli che scappano, che non vogliono fermarsi, che rifiutano di essere aiutati. Dobbiamo pensare a strutturare (e finanziare, perchè è impossibile pensare che i Comuni si facciano carico anche di questo) servizi di bassa soglia rivolti a questi ragazzi, ai quali possano accedere senza registrazioni e senza nessun tipo vincolo, dove operatori e volontari abbiano modo di entrare in relazione con loro, stabilire un legame di fiducia e convincerli a restare e utilizzare i servizi, le tutele e le opportunità che lo Stato italiano mette loro a disposizione. Se non andremo in questa direzione, non potremo far altro che leggere numeri di ragazzini dispersi nel nostro Stato, nelle nostre città, nelle nostre strade, e inorridire.

Chiara Bedetti - volontaria 

Minori non Accompagnati invisibili alla Città. Il Caso di Como.

Nell'estate del 2016, la chiusura della frontiera con la Svizzera ha bloccato a Como centinaia di migranti. Con la speranza di riusc...
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